Frédéric Savart – Il Bruno Conti di Reims
Un racconto di Thomas Rossi, Champagne expert
Reims, prima di essere città di Champagne, è città di calcio.
E la storia di Frédéric Savart nasce lì: su un campo, non tra le botti. Fino a 22 anni non aveva mai toccato un bicchiere di vino. Zero.
Per tutti era una promessa vera, uno di quelli che in zona chiamavano — con simpatia e rispetto — “il Bruno Conti di Reims”.
La sua vita sembrava destinata a un’altra maglia, un altro campo, un altro futuro.
Poi arriva quell’attimo in cui il destino decide per te. Il momento che cambia tutto.
Durante gli studi a Pernier, Savart incontra Sian Selosse, un uomo che aveva respirato Krug e Bollinger, uno che parlava di vino come di un’intuizione, non come di una tecnica. Uno che non ti spiega: ti apre. È in quel momento che qualcosa scatta. Il calcio, lentamente, esce di scena. La vigna entra, e non uscirà più.

Il ritorno a Écueil
A Écueil, nella Montagne de Reims, la madre di Frédéric aveva alcune parcelle. Piccole, preziose, quasi dimenticate.
Savart ci entra con la disciplina dell’atleta e l’istinto del creativo: osserva, studia, ascolta la terra.
Capisce subito una cosa che altri impiegano una vita a intuire: il legno non è un gusto. È una lingua. Usato bene, non copre: rivela.
L’identità che prende forma
Oggi Savart lavora circa 8 ettari, divisi tra proprietà e parcelle gestite direttamente. È un négociant-manipulant atipico: lo Chardonnay lo acquista da viticoltori fidati, mentre il Pinot Noir lo ottiene anche da vigne che coltiva lui, così da poterlo usare nei propri assemblaggi.
Il suo stile nasce dall’osservazione dei grandi — Selosse, Krug, Bollinger, Avize — ma non assomiglia a nessuno di loro.
È una voce pulita, nitida, moderna, costruita con un uso del legno calibrato millimetro per millimetro: mai decorativo, mai invadente. Serve a dare energia, respiro, profondità.
Il risultato è sempre lo stesso: vini vivi, vibranti, precisi. Champagne che uniscono tensione e immediatezza, complessità e purezza.
Una firma che oggi molti tentano di imitare.
La visita — quando dietro la bottiglia c’è un uomo
Savart è una persona che sorride prima ancora di stringerti la mano. Parla poco di sé, ma molto dei vini. E quando decide di aprirti qualcosa di speciale, lo fa con la naturalezza di chi apre un capitolo della sua vita. Durante la vostra visita ve l’ha dimostrato. Vi ha fatto assaggiare bottiglie che non apre a tutti:
– 2013: una lama sottile, elegante, che vibra ancora oggi.
– 2019: vinificazione totalmente in legno, tirage con tappo in sughero, una micro-ossidazione finissima che porta note di cenere e polvere da sparo, quella texture “grumata” che solo lui sa trasformare in armonia.
Non erano assaggi tecnici. Erano gesti di fiducia.
Il Savart di oggi
I suoi Champagne non sono mai rumorosi. Non cercano effetto. Non cercano moda. Cercano verità. Sono vini che respirano, che parlano della sua terra e del suo carattere: istintivo, diretto, pulito.
Ogni bottiglia è un dialogo. Ogni annata un pezzo di storia. Ogni visita un momento che resta
addosso.
Savart ha cambiato campo, ma non ha cambiato visione. È ancora un fuoriclasse. Solo che oggi gioca tra le vigne di Écueil.