30 Ott 2025
Maison & Vigneron

Fabien Cazé – La nuova vita delle piccole crayères di Venteuil

Nel cuore della Vallée de la Marne, a Venteuil, inizia la nostra mattinata con Fabien Cazé, decima generazione di una famiglia di vigneron. Ci accoglie con semplicità e un sorriso che racconta radici profonde. Qui, tra i rilievi che disegnano la valle, la vigna è frammentata come un mosaico: appezzamenti divisi a ogni generazione, piccoli lembi di terra che oggi per Fabien significano quattro ettari e mezzo da interpretare e far dialogare.
«La Vallée de la Marne è un puzzle» dice. E mentre saliamo lungo i coteaux, si capisce cosa intende: sabbie in alto, argille in basso, la craie che affiora sotto i filari, pronta a dare ai vini quella tensione minerale che è la sua firma.

Il domaine è certificato biologico, e il lavoro di Fabien riflette un approccio preciso, rispettoso, mai improvvisato. La sua nuova cantina a Châtillon-sur-Marne è costruita per gravità, essenziale, luminosa, pensata per far parlare il vino senza forzature.
Qui ogni cosa è vinificata in legno: fermentazioni lente, a volte fino a gennaio, protette da una lieve riduzione naturale. «Quello che mi fa alzare la mattina», dice, «è cercare nei miei vini un’espressione calcarea». È un’ossessione gentile, fatta di dettagli, di equilibrio, di legni scelti uno a uno. Dopo anni di prove con botti di seconda mano, oggi lavora solo con fût nuovi o ben calibrati, alternando tostature e provenienze per ogni parcella. «Mai tutto nuovo — spiega —, il legno deve accompagnare, non dominare».

Accanto alla cantina moderna, Fabien ha ridato vita a una delle piccole crayères di Venteuil, una delle ventisei scavate nel diciannovesimo secolo dai vigneron della zona. Due generazioni erano passate senza che nessuno le usasse più. Ora, tra le pareti di gesso, l’umidità e il silenzio costruiscono un microclima perfetto. «Sono luoghi vivi», racconta, «la craie respira, assorbe, protegge». È qui che matura parte della sua produzione, tra botti lavate ogni settimana e profumo di lieviti e legno.

Durante la degustazione assaggiamo tre vins clairs: un Meunier profondo e fruttato, uno Chardonnay di vecchie vigne a Cramant (impiantate nel 1968), teso e verticale, e un Pinot Noir di Jossias, fine e salino. Fabien insiste sull’importanza delle vieilles vignes: «Danno vini più concentrati, più complessi, che invecchiano meglio». E il bicchiere lo conferma: c’è densità, ma anche energia.

 

Poi apriamo le bottiglie di tre annate chiave: la 2015, la sua prima vinificazione; la 2016, nata da una stagione difficile e piovosa ma densa di carattere; e la 2020, che segna il nuovo corso, interamente vinificata nella cantina di Châtillon.
Oggi Fabien produce circa 35.000 bottiglie, ma non insegue numeri: «Il nostro mestiere è fatto di dettagli — dice — e ogni anno cerchiamo solo di fare meglio».

Quando usciamo dalla crayère, l’aria è umida e il gesso riflette la luce del mattino. Fabien parla piano, ma nei suoi occhi si legge la determinazione di chi ha scelto una strada precisa: quella della verità del suolo e del tempo.
E forse è proprio questo il segreto della nuova Champagne — quella che nasce dal rispetto, dal silenzio, e dal coraggio di chi scava nella propria terra per trovarvi un futuro.